Patagonia e capodanno 2000!
Non voglio perdermi l'occasione per festeggiare l'ingresso nel nuovo millennio in modo speciale. 500 anni dopo Magellano parto alla volta della terra più australe del pianeta. Sull'aereo che mi porta da Buenos Aires a Esquel c'è il solito clima che anticipa i grandi viaggi. Cartine e guide nuove si agitano ovunque, mischiandosi ai giornali d'affari di chi
viaggia per lavoro. E' un continuo "donde vas usted ?" "where are yuo going ?" e, come al solito, quando rispondo è uno spettacolo l'espressione sbalordita del mio interlocutore. Ho preparato tutto con estrema cura e le ore che mi separano da Villarica (Cile) sono trascorse su un bus a pensare a come riorganizzare i materiali all'arrivo. Forse cerco solo di allentare l'ansia che mi pervade sempre all'inizio di una grande avventura. Questo è il momento in cui mi devo separare dal mondo lasciato a casa e concentrarmi sul presente, la mia nuova realtà. A darmi il benvenuto é la regione dei grandi laghi, circa 700 km divisi tra Cile e Argentina. Al passo Tromen valico per la prima volta la cordigliera patagonica, che da nord a sud divide i due stati e lungo la quale si svilupperà il mio viaggio. Pedalo in una regione governata da immensi specchi d'acqua, selvagge foreste e boschi di araucarie ai piedi di maestosi vulcani ricoperti di neve. Non c'è ambiente migliore per collaudare materiali e gambe. L'unico problema, sulla pista "de los sietes lagos", è la polvere terribile sollevata dai mezzi che la percorrono. Costretto a pedalare per giorni con la bandana sulla bocca, in quella che si definisce la Svizzera del sud America, raggiungo Puerto Montt sulla costa cilena seguendo la strada n°231 e costeggiando altri laghi da favola come il Llanquihue. L'atmosfera che respiro è di altri tempi. Nella nebbia, tra le tipiche case di legno colorate affacciate sulla baia di Roncalvì, segno della massiccia colonizzazione tedesca, trovo da dormire in una tipica "hospedaje". So che presto queste comodità saranno solo un ricordo. Con uno dei percorsi più suggestivi di tutte le ande, il "Cruce de los lagos", arrivo a San Carlos de Bariloche. Un'angusta via terrestre e lacustre incorniciata da alte montagne, vulcani e da una coloratissima vegetazione. Lasciata l'ultima frontiera del turismo locale sotto una nevicata di fine inverno, mi inoltro nella natura più selvaggia del Parco Naturale Los Alerces. Ora si comincia a fare sul serio!
Il fondo della pista è di sabbia e ghiaia su cui pedalare è veramente frustrante, ma ricco di energie riesco a mantenere buone medie giornaliere. Una sera, ormai troppo stanco per montare la tenda, mi accampo all'interno di un capanno usato probabilmente dai gauchos nei loro spostamenti. Cholila è un minuscolo villaggio perso tra immense distese battute dal vento e al suo ingresso mi capita di imbattermi in un ranch costruito con tronchi sovrapposti. L'impressione di essere catapultati in pieno far west è forte. Tipica dell'America del nord, questa costruzione è stata il rifugio dei due banditi più braccati degli Stati Uniti all'inizio del secolo: Buch Cassidy e Sundance kid. Affronto 170 km di pietre e salite durissime tra foreste incantevoli in piena montagna. Ora capisco lo stupore di una guida locale quando mi disse che sono veramente pochi i ciclisti a percorrere tutta la pista con 35 kg. di bagagli. Sono felice e galvanizzato da questo primo successo e affronto la strada sterrata verso il passo Futaleufu.
CARRETTERA AUSTAL
"Deserto verde". Così Charles Darwin definì la regione quando nel 1831 la esplorò per la prima volta. Oggi è attraversata da nord a sud dalla mitica Carettera Austral, un lungo corridoio sterrato di 650 km compreso tra la città di Hornopiren e le sponde del lago O'Higgins. Questa è l'unica via per raggiungere il sud cileno dall'interno e attraversa una zona pressochè disabitata. I lavori iniziarono nel 1976 per volere dell'ex dittatore Pinochet. Oggi è possibile raggiungere solo Porto Yungay da dove i lavori proseguono in mezzo alla foresta verso Villa O'Higgins. Sono fortunato a incontrare alcune bellissime giornate di sole, che unite alla strada non estremamente accidentata, mi regalano immagini mozzafiato. Ma è proprio quando piove e c'è nebbia che il fascino aumenta. Una natura integra mi avvolge, zone in gran parte inesplorate, ricoperte dal manto verde di rigogliose foreste subantartiche. Porto Puyuapi, sul fiordo Seno Ventisquero, è uno dei due piccolissimi villaggi incontrati in cinque giorni di marcia.. Le sue poche costruzioni umide in stile mitteleuropeo mi accolgono sotto un diluvio. L'atmosfera è veramente suggestiva; montata la tenda accanto a un vecchio deposito del piccolo porto mi concedo due passi "in centro". La quiete e la serenità fanno sembrare i miei passi anche troppo veloci. Per le strade piene di fango vedo solo gruppi di cani felici della loro libertà e un signore sulla sessantina con abbigliamento da ciclista. E' Richard, australiano di 65 anni, da un anno in viaggio, prima in Europa, ora in sud America. In queste condizioni la simpatia è immediata. L'impressione è che il mondo sia molto più piccolo. Incontrandosi, ognuno con le proprie origini e la propria strada percorsa, avviene una sorta di assimilazione del cammino dell'altro. Infondo non importa da dove veniamo nè dove stiamo andando. Siamo due liberi cittadini del mondo! Riprendo la strada tra torrenti impetuosi e picchi scoscesi dai quali le acque dei ghiacciai si gettano nell'Oceano Pacifico. Il lago Buenos Aires, il secondo lago del Sud America dopo il Titicaca in Bolivia è separato a metà dal confine con l'Argentina.
Sulla cartina avevo già notato la sua grandezza, ma non potevo immaginare il fascino di questo specchio d'acqua che mi appare all'improvviso da un'altura con i suoi riflessi verdi, blu e bianchi da oasi tropicale. Finalmente esco dalla morsa della vegetazione umida e a volte opprimente che cede il posto a spazi sempre più ampi e aspri.
...CONTINUA.