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PATAGONIA & TIERRA DEL FUEGO
Di Daniele Robino

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RUTA 40

Uno scossone mi sveglia di soprassalto nella tenda. Mi sollevo a sedere ancora chiuso nel mio sacco a pelo e per qualche secondo non ricordo dove sono dove ho allestito il campo la sera prima quando, ormai buio, mi sono fermato. La luce azzurra surreale che penetra dal telo mi avvolge e mi separa dalla realtà. Vedo la tenda sopra di me agitarsi in modo fotodrammatico scossa da un vento incredibile. Mi ricordo che per la stanchezza non ho assicurato i tiranti di sicurezza e corro il rischio di vedere volare via tutto. Uscendo, ancora assonnato, vengo quasi sbattuto a terra, ma riesco a legare i tiranti a grosse pietre come un marinaio in balia di una tempesta. Eppure Capo Horn e l'oceano distano ancora molto. La bici appoggiata dritta a un masso priva del suo carico è stata sbattuta sulla tenda causando una lacerazione per fortuna facilmente riparabile. Mi circonda un cielo minaccioso, denso di nuvole che rotolano sbattute prepotentemente dal vento. Anche i contorni lontani dell'orizzonte, così statici nella loro immensità e monotonia, sembrano agitarsi e prendere vita. Al riparo mi calmo. Sono le quattro del mattino del quinto giorno di traversata della RUTA 40, una pista durissima che porta a CALAFATE, circa 700 km a sud. Lasciato il paese di Perito Moreno, ci sono solo due punti di rifornimento: uno è Bajo Caracoles, minuscolo villaggio di 101 abitanti, dove l'arrivo di un turista è un avvenimento. Di solito la sveglia è all'alba, permettendomi di percorrere una buona distanza con vento debole, prima che nel pomeriggio si faccia troppo impetuoso. La Patagonia è una terra così dinamica, viva e imprevedibile che per commentare il terribile clima le popolazioni locali sono soliti ripetere "esta es la Patagonia.. !". Impossibile pedalare in queste condizioni. Costretto nella tenda, la mia ansia maggiore è per i quattro litri d'acqua che mi restano perchè, dalle relazioni di un ciclista australiano, per i prossimi giorni il rifornimento sarà difficoltoso. L'obbiettivo è raggiungere un'estancias verso la fine della pista, a centonovanta chilometri, entro tre giorni. L'unico modo che ho per razionarla al meglio è bere l'acqua usata per cuocere la pasta ed evitarne l'uso per l'igiene personale. Mi trovo a centinaia di chilometri dal più vicino centro abitato su una pista sterrata a pedalare per otto ore al giorno lungo rettilinei infiniti, spesso rallentato a non più di 10-12km/h dalle condizioni del terreno o dal vento. Intorno, desolate steppe dove la fauna locale, come guanachi (una specie di lama), struzzi e aquile sono gli unici esseri a interrompere l'immobilità di questi spazi e quietare il senso di solitudine che, nei momenti difficili, trova maggiore vigore. Il giorno seguente decido di partire lo stesso, il vento si è attenuato di poco, ma l'ansia provocata dalla totale inattività diviene insopportabile e il senso di impotenza generato dalla rassegnazione è inaccettabile. Una buona colazione a base di panettone e "dulce de leche" mi da le energie necessarie e in poco tempo mi ritrovo in sella. La temperatura é intorno ai 5C°, ma la sensazione termica causata dal vento è molto più bassa; mi gelano le mani, ma sono felice e carico, ho di nuovo accettato la sfida, sono di nuovo in strada e questo mi spinge avanti con forza. Il senso di libertà che provo è indescrivibile, quando si accettano incondizionatamente le condizioni della natura e si decide di non combatterla, ma di viverla come parte di lei, superando le tentazioni alla rinuncia, i confini del possibile e del sopportabile svaniscono.



VIVERE NEL VENTO

Il vento forte e contrario ulula incessantemente nelle orecchie, non sento neanche lo scorrere delle ruote sulle pietre, la guida si fà sempre più impegnativa a causa dei sassi e delle raffiche che, a tratti, mi costringono a correzioni acrobatiche per restare in piedi. Il senso di frustrazione è grande, mi sforzo di non guardare ogni cinque minuti il conta chilometri che non avanza. La strada è dritta, interminabile e sfida i miei nervi schiaffeggiati dal vento. Sono costretto a pedalare anche in discesa e a spingere per lunghi tratti. la concentrazione è massima, la mente affilata come un rasoio e cerco di non reagire alla sfida del nervosismo, l'istinto mi chiede perchè sono qui e mi dice di fermarmi, ma a fare cosa? Non è vero che la forza per portare a termine certe cose risiede nel non provare paura o ansia, ma nel saperla dominare. Perdo per un attimo il contatto con l'ambiente che mi circonda e mi ritiro in me stesso trascinato dal disordine, poi reagisco, mi adeguo al ritmo della natura e del vento fino ad essere un tutt'uno con essi. Ora non c'è più contrasto, mi sento sereno, ho tempo per cantare (non riesco a sentirmi per fortuna !) e per apprezzare questi panorami eccezionali.



NON SOLO DESERTO

40 km a ovest di Tres Lagos inizia la pista che costeggia il lago Viedma e in ottanta disagevoli km e due giorni di vento contrario mi portano al cospetto di due delle più belle famose cime del pianeta : il Cerro Torre e il Fiz Roy, chiamato dagli indios "Chalten" (la vetta blu.) Ai loro piedi c'è Chalten un piccolo paesino in cui la gente vive in una sorta di "non fotoluogo" sconvolto costantemente dal vento. Qui, mi concedo tre giorni di trekking fino ai campi base, dove sono state scritte alcune delle più suggestive e tragiche pagine dell'alpinismo mondiale. Sono nel parco Naturale los Glaciares inserito nel 1981 nel Patrimonio Mondiale per le sue spettacolari caratteristiche naturali. Abbracciando anche la zona intorno al lago Argentino include una grande fetta del famoso Hielo Continental Sur immenso ghiacciaio che si estende per 440 km, largo tra i 50 e i 90 km. Da una delle sue lingue terminali nasce il Perito Moreno, unico ghiacciaio al mondo in fase di espansione, che termina nel lago Argentino fino quasi a ostruirne un braccio.. E' impressionante il senso di impotenza che si prova a poche decine di metri dal suo fronte, alto fino a 70 metri e dal quale si staccano enormi blocchi di ghiaccio con assordanti boati.
Da Calafate tento di inoltrarmi lungo una pista secondaria che, dai pressi del Perito Moreno, mi porterebbe dritto verso il parco naturale Torres del Paine in Cile a sud. La sua esistenza è pressochè sconosciuta e non risulta su tutte le carte, essendo vietata per motivi militari. Decido di tentare dopo che due trekkers americani mi hanno assicurato di non aver visto tracce di controlli. Pochi chilometri dopo mi raggiunge un veicolo fuoristrada della "policia" e subito mi viene intimato di seguire i due occupanti al comando a Calafate caricando me e la bici sul mezzo. Ne nasce subito una discussione che riesco a risolvere spacciandomi per un giornalista in missione. I due confabulano alcuni istanti tra loro, poi mi lasciano con l'invito di rientrare. A questo punto preferisco non rischiare e affrontare i quattro giorni per aggirare la Meseta Vizcacnas sul prolungamento della Ruta 40. Assolutamente affascinante è questo continuo passaggio dalle montagne al desolato deserto, dal ghiaccio alla sabbia. Mi inerpico verso il Passo Cancha Carrera, per entrare in Cile, su una strada dal fondo abbastanza agevole, ma il vento contrario mi costringe a percorrere gli ultimi sette km in un'ora. Il parco, situato tra la steppa patagonica e le pendici orientali della cordigliera, è un incredibile alternarsi di lagune verdi smeraldo, fiumi impetuosi e cascate con pinnacoli di roccia alti più di 3000 metri. L'impressione è quella di pedalare in una favola, dove la natura è al suo stato primordiale, con ghiacciai color cobalto e una vegetazione rigogliosa. Sorprendente è la fauna che, in questo habitat, riesce a sopravvivere in condizioni ideali. Guanacos, volpi, fenicotteri rendono vive le ampie e verdi praterie. Ormai il clima va cambiando, scendendo di latitudine, e mi obbliga ad un abbigliamento sempre più pesante. Sempre più spesso la pioggia mi tiene compagnia durante il giorno e faccio fatica a fare asciugare la tenda, unico rifugio umido dove cucinarmi un pasto caldo e gioire di libertà. ...CONTINUA.


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Ermes Malvisi