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| PATAGONIA & TIERRA DEL FUEGO Di Daniele Robino Pagina 3 |
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LA FIN DEL MUNDO
E' trascorso più di un mese dal giorno in cui le prime pedalate incerte mi hanno spinto dentro quest'avventura. Ora mi ritrovo di fronte allo stretto di Magellano e in poche ore sbarcherò sulla Tierra del Fuego. Mi commuovo a vedere dal "barco" quella terra avvolta nel
Oggi ho pedalato per 110 km controvento. Sono stremato e comincia a piovere. Una ruota di carro e una freccia di legno indicano la presenza di una estancia e in pochi chilometri sono alla porta. Chiedo acqua e un luogo dove potermi accampare ad un uomo alto e giovane, ma con i tratti del viso estremamente consumati. Si chiama Juan Vargas ed è un gaucho. L'estancia, unica abitazione nel raggio di 200 km, si affaccia sull'oceano con alle spalle infinite colline dorate spazzate dal vento su cui corrono liberi alcuni cavalli. "De donde llegas ? venis con migo.. !" e con i larghi pantaloni da campo (bombacha) si volta e mi invita a seguirlo. I gauchos sono il simbolo della Patagonia, personaggi attorno ai quali mito, storia e leggenda s'intrecciano. Cavalieri liberi e selvaggi sono presenti dal sedicesimo secolo, quando gli spagnoli introdussero i cavalli e pecore. Oggi lavorano nelle estancias come "peon" e prestano servizio ai latifondisti. Juan mi offre un letto nella sua umile dimora, mi accende la stufa mi sorride e torna ai suoi cavalli. Per cena mi cucina il tipico cordero asado (agnello) accompagnato dal pane che egli stesso produce. Fuori soffia il vento e la tenue luce di una lampadina crea ombre magiche sul tavolo. Alle mie domande le risposte sono sempre secche e concise, intervallate da lunghi minuti di silenzio interrotti solo dal rumore coltello sul piatto. Vive solo, una volta al mese raggiunge un piccolo villaggio, a un centinaio di chilometri, per fare festa dopo infinite giornate trascorse a radunare pecore. Come vuole la tradizione ha un'aria ombrosa e taciturna. Cerco di rispettare la sua natura e i suoi ritmi pesando le parole e lasciandomi assorbire dal silenzio. Capisce che non sono e non voglio essere il "turista per caso" anche se negli occhi brilla l'incomprensione per un viaggio in un luogo inospitale come la sua terra e per di più in bicicletta. La mia esperienza eccezionale è il suo quotidiano malinconico da sempre. All'alba Juan è già uscito per raggiungere in alcuni giorni le sue pecore ai pascoli invernali lasciandomi pane e marmellata di "rudivarvo" per il viaggio. Riprendo a pedalare e grazie a Juan il sole, oggi, è più caldo e il cielo più blu.
A Rio Grande lascio la "ruta 3" per seguire una pista indicatami da un mandriano verso l'interno più selvaggio. A questa latitudine la steppa, dolcemente ondulata e priva di alberi, cede il posto a grandi catene montuose coperte da ghiacciai e nevi perenni. Inizialmente la strada, nonostante le salite, non mi crea problemi e decido di continuare in un ambiente straordinariamente bello. Questa è una zona sconfinata, impervia senza traccia dell'intervento umano dove impressionanti pareti di roccia e cascate spettacolari mi suscitano emozioni intense e primitive. Pedalo tra fiori dalle forme strane, alberi dai tronchi contorti e soprattutto nel silenzio ovattato dei boschi ricchi di felci e muschi. Purtroppo il secondo giorno la pioggia rende la strada impraticabile, devo spingere con il fango alle caviglie in una nebbia spettrale. A volte provo sgomento per questa solitudine selvaggia, ma contemporaneamente una coscienza di incredibile serenità ed energia, che s'accresce e mi pervade l'intimo, si fa spazio nel mio cuore ; questo è il vero volto di tanta durezza, silenzio e purezza .Finalmente, dopo due giorni, stanco, ritrovo la pista principale nei pressi del Lago Yehuin e in pochi km sono sulla strada per Ushuaia. Gli ultimi giorni li percorro in compagnia di un ciclista svizzero, Christian, con il quale affronto fatiche e "nevicate". Domani arriverò a Ushuaia, la città più australe del mondo, meta del mio sogno e fine geografico del mio viaggio. Sarò di fronte al canale di Beagle e al temutissimo Capo Horn come i grandi esploratori, ma non riesco a vivere questo momento come lo scopo, il fine del mio viaggio. Il viaggio stesso è stato lo scopo, con tutte le emozioni, le esperienze mie e delle persone conosciute. Ora penso al viso dei bambini che mi rincorrevano per farsi fotografare, alla forza e ai valori della gente che vive questa terra così disagiata, ma infinitamente libera. Non ho viaggiato per arrivare, ma per viaggiare.
A Rio Grande lascio la "ruta 3" per seguire una pista indicatami da un mandriano verso l'interno più selvaggio. A questa latitudine la steppa, dolcemente ondulata e priva di alberi, cede il posto a grandi catene montuose coperte da ghiacciai e nevi perenni. Inizialmente la strada, nonostante le salite, non mi crea problemi e decido di continuare in un ambiente straordinariamente bello. Questa è una zona sconfinata, impervia senza traccia dell'intervento umano dove impressionanti pareti di roccia e cascate spettacolari mi suscitano emozioni intense e primitive. Pedalo tra fiori dalle forme strane, alberi dai tronchi contorti e soprattutto nel silenzio ovattato dei boschi ricchi di felci e muschi. Purtroppo il secondo giorno la pioggia rende la strada impraticabile, devo spingere con il fango alle caviglie in una nebbia spettrale. A volte provo sgomento per questa solitudine selvaggia, ma contemporaneamente una coscienza di incredibile serenità ed energia, che s'accresce e mi pervade l'intimo, si fa spazio nel mio cuore; questo è il vero volto di tanta durezza, silenzio e purezza. Finalmente, dopo due giorni, stanco, ritrovo la pista principale nei pressi del Lago Yehuin e in pochi km sono sulla strada per Ushuaia. Gli ultimi giorni li percorro in compagnia di un ciclista svizzero, Christian, con il quale affronto fatiche e "nevicate". Domani arriverò a Ushuaia, la città più australe del mondo, meta del mio sogno e fine geografico del mio viaggio. Sarò di fronte al canale di Beagle e al temutissimo Capo Horn come i grandi esploratori, ma non riesco a vivere questo momento come lo scopo, il fine del mio viaggio. Il viaggio stesso è stato lo scopo, con tutte le emozioni, le esperienze mie e delle persone conosciute. Ora penso al viso dei bambini che mi rincorrevano per farsi fotografare, alla forza e ai valori della gente che vive questa terra così disagiata, ma infinitamente libera. Non ho viaggiato per arrivare, ma per viaggiare....INFORMAZIONI |