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ROMANIA 1994
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Verso il confine pochissime auto e tante biciclette di romeni che tornano dalla spesa nei market ungheresi. La pratica per il visto dura meno di mezz'ora e ci ritroviamo a pedalare sull'asfalto romeno.
FAR WEST (o meglio FAR EST) è l'idea che più si addice a queste zone... è la prima sensazione!
Sembra di entrare a cavallo nel tipico villaggio di cercatori d'oro dove la vena aurifera è esaurita però da anni e anni...
A Satu Mare uno zingarello prende qualcosa da ognuno di noi ma è stata la mossa sbagliata e ci tampina a mano tesa. Dopo il cambio della moneta locale (in banca, non con lo zingarello!) riprendiamo la strada .
Sulla statale l'asfalto si scioglie al sole e le ruote dei camion lasciano profondi solchi; il procedere è un patire.
Nell'ufficio postale del piccolo centro di Botiz la telefonista non riesce a collegarsi con l'Italia e dopo un'ora desistiamo e inviamo un telegramma.
A Livada finalmente lasciamo la statale per la strada che salendo larga verso le prime colline segue il confine Romeno/Ukraino. Entriamo di fatto nella regione del Maramures, dove fra montagne trapuntate di foreste e vasti alpeggi vivono i discendenti dei fieri Daci, trasferitisi dalle terre russe più di 2000 anni fa.
foto Lo strabiliante verde dei pascoli lascia, poco a poco, posto alla selva e al bosco di lecci e ippocastani. La salita è lieve e l'affrontiamo agevolmente e volentieri dopo gli oltre 300 km di pianura lasciataci alle spalle.
Di tanto in tanto chiediamo informazioni; come al solito i campeggi o i motel diventano sempre più distanti.
Alcuni km di salita, di pavé bellissimo ma non troppo comodo, e siamo in cima al nostro primo valico.
In cima c'è quello che può sembrare un motel, ma non si comprende se è aperto. E' aperto. E' la prima notte in Romania e non abbiamo ancora compreso se e come funzionino le strutture turistiche, o quel che rimane di esse. In compenso mangiamo bene e spendiamo poco -mamaligutza, una polenta con lardo di maiale e formaggio, brinza -.
Dal passo di "non so cosa" si scende in fretta nel bel mezzo della foresta, del tutto identica a quella del nostro Appennino, fino a Sapinta.
Oltre il fiume c'è l'Ukraina o l'ex URSS; sembrava tanto lontana e ora è qui, ad un lancio di sasso.
fotoSapinta è un viavai incrociato di carri stracolmi di fieno e di altri vuoti e fermi davanti ad un piccolo locale dove si serve birra e dove si perde il vociare dei contadini sbronzi. Ma non è posto da camping.
Chiediamo: un signore anziano, con fare grossolano ma gentile, ci offre l'erba del suo cortile, proprio a fianco del Cimitero Gaio. L'improvvisato camping diventa una piccola curiosità; i contadini rallentano il passo dei loro magri cavalli e sbirciano da sopra le redini e i bambini passano più volte.
Oltre il muro svettano le colorate croci di legno del Cimiterul Vesel dove su ciascuna sono incise la storia della vita o la causa della morte del defunto, spesso in modo scherzoso. fotoLuogo singolare dove la morte è esorcizzata dall'umorismo e dall'ironia popolare, dove i sorrisi e i racconti garantiscono veramente al defunto un proseguio vitale.
Nel museo dedicato a Ion Stan Patras, artigiano e artista, al quale si deve la singolare opera delle croci dipinte, è al lavoro tuttora un insegnante che continua con passione l'opera ereditata dal suo predecessore.
fotoLasciamo Sapinta, le case di legno, i tappeti di lana lavorata nei telai, colorati in enormi pignatte nei cortili e stesi sulle staccionate. Portiamo con noi i ricordi registrati sulla pellicola fotografica; ha posato anche la famiglia che ci ha ospitato nel cortile.
La strada è un saliscendi continuo, un armeggiare con i rapporti e pedalare fuorisella nonostante il peso delle borse; raggiungiamo Sighetu. I parenti e le fidanzate passeggiano con i militari in libera uscita che a vederli non vincerebbero sicuramente alcuna battaglia. Fuori dal caos e dall'asfalto segnato e divelto dalle ruote pesanti la strada prende a salire ed in cima alla collina comincia a piovere.
fotoIl chiosco di legno del bar è il nostro rifugio ed un caffè caldo.
Le chiacchiere improvvisate con la signora che gestisce il bar mettono in evidenza le difficoltà della quotidianità rumena, della quale in parte eravamo consapevoli: realtà che è simile in quasi tutta l'area balcanica.
La strada è bagnata ed insiste ancora qualche goccia ma K-Wayzzati totalmente riprendiamo il cammino.
L'aria odora di resina mentre attraversiamo villaggi interamente costruiti in legno con cantieri e segherie in funzione.
Il bosco di abete, faggio e acacia si chiude attorno alle nostre biciclette in un umido e fiabesco scenario.
Alcuni bambini sul bordo della strada gridano e mostrano sacchetti di funghi appena raccolti, ma dove li mettiamo... e come li cuciniamo?
Anche qui un passo da valicare.
I rapporti delle nostre biciclette ibride ci permettono di salire lentamente ma con agilità. Nino invece, con la sua sportiva, sale di potenza attendendoci in cima ad ogni valico.
Veloce è la discesa nella valle del fiume Viseu.
Nel paese di Leordina vediamo gente vestita a festa; di Sabato? Sono di religione Avventista - festeggiano il Sabato anziché la Domenica, ma crediamo usufruiscano poi di entrambi i giorni -.
Chiediamo loro le solite indicazioni su dove poter trovare sistemazione per la notte e riceviamo immediatamente un invito. La famiglia ci viene presentata al completo, compresi i vicini, mentre ci abbuffiamo di zuppa di fagiolini ,involtini di riso condito in foglie di verza, pomodori, una strana maionese e ...il dolce!
Una visita al loro terreno sulla collina retrostante dove è steso il fieno ad asciugare e con i bambini a catturare locuste e piccolissime rane, a parlare di orsi e di Dracula, a ridere delle scoregge che Nino non riesce più a trattenere e che emette con signorile indifferenza ...e ad aspettare che la luce svanisca oltre la verde vallata segnata dal fiume che ora appare argenteo come la carta stagnola nel presepe. ...CONTINUA.


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Ermes Malvisi