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ROMANIA 1994
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Il mattino è il ripetersi del rito delle foto di gruppo e la promessa di inviarle è l'unico nostro pegno da pagare.
Per raggiungere Dragomiresti, dove è situato un monastero interamente costruito in legno, dobbiamo fare una deviazione, salire un passo e calare nella vallata parallela.
Infiliamo una strada laterale ed inizia un tratto di sterrato di alcuni km.
I nostri copertoni larghi e tassellati non temono i sassi e le buche ma Nino ha qualche problema con i suoi copertoncini, tantè che dopo poco mette piede a terra e prosegue per il resto del percorso spingendo la bici. Anche noi, sorpresi da improvvise ripidità, siamo costretti a cedere sotto il peso moltiplicato dei nostri mezzi. Finalmente scolliniamo e scendiamo a Budanvoda. E' Domenica e tutto il paese è in strada e tutti gli abitanti sono vestiti con i costumi tradizionali: gli uomini vestono camicie bianche ricamate con ampie maniche e sopra il caratteristico corpetto del Maramures, ricamato con lane multicolori foto all'esterno, di vello di pecora all'interno; le donne con ampie gonne scure, camicette bianche ricamate a rose e alcune un grembiulino rettangolare in lana a grosse righe colorate.
Addirittura un uomo in costume calza un paio di scarpette da basket in tela - tipo Converse - L'impressione è di entrare nella scena di un film, perfino la case tutte rigorosamente in legno lavorato e decorato sembrano scenari teatrali; stonano solo i puzzolenti camion che passano e i fili della corrente elettrica che paiono tesi a caso da un palo all'altro.
Se ci si ferma a chiedere qualche indicazione è scortesia rifiutare un sorso di grappa, mentre i più curiosi osservano le bici cariche e saggiano a dito la pressione delle gomme (?).
Raggiungiamo il Monastero per una rapida visita anche perché, naso per aria, il tempo sembra volerci giocare un brutto scherzo.
Via di nuovo, con Barbara innervosita dal fatto che in giornata i km percorsi sono molto pochi e che la tappa preventivata probabilmente non potrà essere portata a termine. Bruciamo quei 20 km fino a Moisei, scavalcando un colle come se fosse Roncofreddo (Paese delle colline romagnole).
Il tempo invece migliora.
Sappiamo che nella cittadina di Borsa c'è un motel ma ad ogni richiesta di informazioni, come al solito, il motel è sempre più lontano. Finalmente lo si trova ma ora è in via di ristrutturazione e c'è pure un complesso turistico montano, oltre, che incontreremo il giorno dopo per strada. Le nostre richieste "investono" Camelia, una ragazza che parla italiano ed affitta camere ai turisti. La casa è molto grande e accogliente, ha il bagno, il water! ...e l'acqua calda!!
Nei luoghi visitati, naturalmente fuori dai grossi centri, water e acqua calda sono da considerarsi optionals!
La cena è ottima ed è piacevole poter dialogare con Camelia e la madre.
Mentre Nino si trastulla con la televisione, io e Barbara aggiorniamo gli appunti e prepariamo la tappa successiva.
fotoAl mattino successivo partiamo in ritardo. Per strada incontriamo un ciclista tedesco diretto in Cina; per un pò di km la strada è la stessa ma questi con eccesso di misantropia ci passa avanti, dice qualcosa che solo Barbara comprende (poiché conosce la lingua), e se ne va.
Ci aspetta il Passo Prislop, valico che segna il confine fra il Maramures e la Bucovina; 12 km di salita in mezzo ad una foresta di abeti. La strada è abbastanza buona e sicuramente meglio dell'asfalto dei Mandrioli (Passo dell'Appennino Tosco-Romagnolo).
In cima a 1.416 mt S.L.M., un orribile cippo in cemento e due pullman bruciati. Spiove e ci copriamo bene per affrontare la discesa; la foresta si alterna al verde pascolo, straordinariamente verde.
Se solo il sole illuminasse ora questi luoghi...!
E' difficile pensare che in mezzo a tutto quel verde ci siamo le miniere, ma la zona è uno dei grandi bacini estrattivi della Transilvania, anche se il numero degli occupati nel lavoro minerario è calato drasticamente.
Si legge disperazione negli occhi degli ubriachi che incontriamo a Cirlibaba, ma un sorriso ci sfugge quando incrociamo la felliniana scenetta della moglie che regge con una mano il consorte sbronzo e con l'altra conduce il carro sulla via di casa.
Dopo l'abitato di Iacobeni la strada si arrampica ancora verso il passo di Mestecani. Poco prima del valico Nino fora ed ha appena il tempo di sostituire la camera d'aria quando un temporale ci costringe a scattare in salita e a riparare nel locale in cima al passo. E' tardi, piove e ci rendiamo conto che non possiamo coprire quegli ultimi 30 km e raggiungere la meta stabilita, Cimpulung.
Per fortuna nel locale si mangia e sul retro si affittano baracchete di legno ad un prezzo per noi irrisorio.
Sotto la tettoia che ripara i lavabi due cicloturisti romeni aspettano che la pioggia diminuisca d'intensità per riprendere la strada; fanno capire che la spesa per il bungalow è eccessiva per le loro tasche.
Non esiste alcun paragone fra le nostre attrezzature e le loro. I nostri colori stridono con la forzata semplicità ed inadeguatezza dei loro abiti e delle loro biciclettone ukraine e questo ci fa sentire un poco a disagio; disagio che si dissolve quando cominciamo a scambiarci informazioni, impressioni e... indirizzi.
Trasandati eroi!
E' la serata della ciorba: finalmente assaggiamo quello che pensavamo fosse una sbobba da caserma.
E' una zuppa di verdura con carne bollita, a volte pollo, a volte trippa, in qualche caso molto piccante o delicata con patate; quello che c'è, insomma. Però buona.
Sarà spesso ciorba!
Sembra una mattina di Novembre;
la colazione non è differente dalla cena precedente ma riusciamo a dirottare le proposte della cameriera in qualcosa a noi congeniale.
Sembra non esista la differenza fra ciò che mangi a colazione, a pranzo o a cena; le stesse cose ad orari diversi.
La discesa è come le altre in questi giorni: bellissima e fredda. Anche la vallata lascia sbalorditi.
Finalmente Cimpulung (Campolungo).
Cambiamo un po' di denaro in banca e scambiamo anche qualche chiacchiera in strada con chi conosce un po' la nostra lingua e con qualche italiano, in Romania per lavoro.
Un romeno mi chiede della situazione in Italia e subito comprendo che il suo interessamento diventerà presto una richiesta disperata di una occupazione qualsiasi nel nostro paese, scambiandomi per un magico ufficio di collocamento.
Capiterà spesso.
Non si comunica con l'Italia per telefono e Barbara è piuttosto arrabbiata. Per mantenere i contatti inviamo un altro telegramma. Il centralino di ogni paese deve chiamare quello del centro più grande, che a sua volta deve contattare quello della città-distretto il quale passa la richiesta al.......!!??
fotoMi sorprendo di come Barbara riesca ancora a pedalare in salita, incazzata com'è. Nino ci precede di qualche km, non si ferma per osservare e guardarsi attorno come facciamo noi e non deve inoltre scattare fotografie. Dobbiamo scollinare ancora, raggiungere Vatra Moldovitei e visitare il Monastero Moldovita. In Bucovina, questa zona dell'Alta Moldavia, nei secoli XV e XVI furono edificati numerosi monasteri perlopiù fortificati, a difesa dalle invasioni di Tatari e Turchi, segno indelebile dell'identità religiosa cristiana, che ebbe il suo paladino nella figura di Stefano il Grande (Stefan cel Mare), saggio governatore che incrementò particolarmente sviluppi commerciali, culturali e artistici.
Sono i bellissimi affreschi l'altra caratteristica dei monasteri della Bucovina, raffiguranti scene della Bibbia o episodi sacri dipinti sui muri esterni, per poter meglio diffondere alle genti di allora il messaggio cristiano attraverso la comprensibile lettura delle immagini. Un omino ci chiama: ci offrirebbe il suo cortile per la tenda o ci affitterebbe una stanza ma decliniamo l'offerta perché vogliamo raggiungere Sucevita prima di sera.
Non facciamo nemmeno 500 metri che si mette a piovere e ci ripariamo sotto il portico di un improbabile Motel che avevamo dribblato precedentemente. Continua a piovere e non ci resta che dare un'occhiata alle camere e chiedere il prezzo. Una specie di doccia e il water - di quello che sembra più di tutti i precedenti, un bagno- ci convincono alla sosta.
Aggiriamo il problema "acqua calda" scaldandone un po' nel nostro fornellino.
Si cena ed ogni volta che ci ritroviamo a tavola, sia come ospiti che come clienti, rammentiamo sempre le voci raccolte per le quali noi saremmo dovuti morire di fame tanta è la miseria che avremmo sicuramente incontrato.
I disagi sono tanti per i rumeni: vivere con stipendi assolutamente insufficenti e sproporzionati riguardo al prezzo di moltissime cose, difficoltà nel reperire le necessità primarie (anche se nelle campagne esiste una sorta di autosufficienza legata ai prodotti della terra e all'allevamento cortilizio).
Le scomodità più pesanti che riscontriamo, particolarmente dopo giornate passate a sudare sui pedali, a prendere pioggia e tirar su fango, sono dovute spesso all'impossibilità di farci una doccia calda e di usare dei servizi igienici adeguati.
Nelle zone di campagna, presso le famiglie che ci hanno ospitato, il nostro problema maggiore è stato quello di doversi adattare al rudimentale water, tipo asse di legno col buco, in auge anche nelle nostre campagne fino ad alcuni decenni fa. Alla fin fine l'accovacciamento in mezzo ad un campo è risultato assai confortevole.
Sfumano le nostre considerazioni nella serata regalataci dalla quiete post-temporale; due passi per il paese di Vatra e rincontriamo l'omino. Ci scusiamo per non aver accettato il suo invito; una sigaretta fumata insieme e una foto da spedirgli ed è sugellata la pace.
Le oche sguazzano ancora nelle pozzanghere al bordo della strada prima di rientrare di volontà nel loro recinto di chissà quale casa; le mucche si sono già sistemate mentre un uomo sbraita contro il cavallo che bighellonava per la via e che ora corre verso la stalla intimorito dall'agitarsi del bastone.
Uno sputo di 32 km ci separa da Sucevita, la meta che avremmo dovuto raggiungere il dì precedente. Ancora un passo, oltre i 1000 metri: ce lo aspettavamo più corto. Un poco di discesa ci fa credere di aver valicato sebbene non si sia visto nessun cartello.
Gli ultimi tornanti sono ripidi e la strada è malmessa; spingendo forse il minimo rapporto possibile abbiamo ancora fiato per maledire il camion che ci precede di pochi metri affumicandoci.
Poi La Palma, bello, bellissimo, come gli altri....ma non ci si può godere niente con questo tempo!
E sì che eravamo partiti con un sole che prometteva bene!
...CONTINUA.


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Ermes Malvisi