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| SCANDINAVIA: via verso Nord Di Domenico di Lorenzo |
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Lofoten! Così mi accoglie il poliziotto della dogana norvegese nel porto di Oslo, vedendomi in sella alla mia bici stracarica. Lofoten, certo, ma arriverò in questo famoso arcipelago di isole, situato a nord, dopo circa millesettecento chilometri in poco più di un mese. E’ la fine di Maggio e, dopo essermi fatto venti ore in treno dall’Italia fino a Kiel, nel nord
della Germania, e da qui altre venti ore di traghetto
fino alla capitale Norvegese, concretizzo un sogno che
dura da sette anni: attraversare la Norvegia, e il
resto della Scandinavia, in bicicletta.Non sono partito da casa con un itinerario preciso; di sicuro so che voglio arrivare fino a Capo Nord via Norvegia, per il ritorno lascio aperte tutte le opzioni. All’attracco del traghetto nel porto, con mio grande stupore, ci sono nell’aria ben 32° c; è un’illusione che dura poco: nei successivi dieci giorni, infatti, beccherò soltanto pioggia e temperature decisamente invernali. Una visita ai musei della capitale è una buona introduzione alla storia e alla cultura del Paese e aiuta a capire anche il temperamento dei norvegesi: più tardi, infatti, di fronte alla desolazione del paesaggio degli altipiani centrali, mi verranno in mente certe atmosfere dei quadri di Munch o dei drammi di Ibsen. E che la Norvegia avesse un carattere decisamente austero potevo immaginarlo da casa, ma ritrovarmi per due settimane notte e giorno, da solo, in mezzo a montagne da suggestioni romantiche è stato un bel banco di prova, anche per il resto della traversata. Sono impressionato di fronte a tanta grandezza e magnificenza: la natura primordiale e le foreste sembrano appena uscite dall’ultima era glaciale; non c’è niente di simile nel resto dell’Europa. Sono felice, il paesaggio è splendido, rigoglioso e imponente e le difficoltà materiali e psicologiche vengono compensate dalla gentilezza e dai sorrisi delle poche persone che incontro lungo la strada e nei piccoli villaggi. A Borgund, così, ho modo di visitare una “Stavkirke”, una delle prime chiese tutta in legno, risalente al XII secolo, dove i simboli pagani si mescolano armoniosamente all’iconografia cristiana. Fa una certa impressione entrare in un edificio sacro così antico, sentire l’odore di tutti i secoli e degli eventi passati impresso nelle doghe che scricchiolano continuamente sotto i propri passi. Ovunque teste di draghi si affacciano minacciose dalla sommità e dal pulpito dell’edificio a tenere lontano gli spiriti maligni e richiamano le decorazioni delle lunghe navi vichinghe,
temute in tutto il Nord Europa per le loro scorrerie.
Pare che intorno all’800 d.C. non ci fosse più un
angolo dove scampare a questi colossali uomini che
cercavano schiavi da vendere agli arabi e cibo per i
loro compatrioti. Abilissimi navigatori, lasciarono la
loro graffiante impronta dalle isole Faer Øer alle
Orcadi o alle Ebridi, all’Irlanda e dall’Islanda fino
alle coste della Spagna e all’Italia. Ma nel X secolo
si spinsero fino alla Groenlandia per trovare nuove
terre coltivabili: è da qui che il figlio del famoso
Erik il Rosso partì per raggiungere le coste del
Canada. Così nacque la Norvegia, Nordverg, cioè la Via
del Nord, che perse di importanza quando le rotte
commerciali iniziarono a gravitare intorno al
Mediterraneo e diminuì in ferocia con l’avvento di
molti ordini monastici cristiani, che trovarono qui
fertile pascolo per le anime. Di pascoli veri e
propri, comunque, ne vedo molti nel parco nazionale
dell’Hardangervidda; da qui si entra nel Sogn og
fjordane, la regione dei fiordi più famosa del mondo,
con il celebre Sogne Fjorden, lungo ben duecentocinque
chilometri, di cui percorro il braccio nord chiamato
Lustrafjorden. L’impressione è di trovarsi all’interno
di un ossimoro veramente curioso dove si pedala con,
davanti agli occhi, un ambiente decisamente alpino e,
per contrasto, il classico odore salmastro del mare
che penetra nelle narici. Il resto del paesaggio è
dolcemente punteggiato da coltivazioni, vitigni,
fiori, orti e immerso in una luce piena di riflessi
dalle mille tonalità blu che ti procura una strana
ebbrezza. Così a Skjolden pianto la tenda proprio ai
piedi di un’imponente cascata d’acqua e il giorno
dopo, di buon mattino, mi inerpico sui ripidi tornanti
della Sognefjells- veien, la via più alta della
Norvegia, che, con i suoi 1440 m., si snoda tra muri
di neve alti anche 5 metri e ghiacciai in lontananza.
Il variabile clima norvegese accentua i contrasti ed è
una fonte inesauribile di suggestioni e sorprese: mi
ritrovo in un brevissimo lasso di tempo sospeso tra
una pioggia improvvisa e il caldo del mare anche
quando arrivo sopra lo spettacolare Geraingerfjord. A
sentire i nomi che hanno dato alle cascate che
scendono lungo le sue torreggianti pareti, le “Sette
sorelle”, “Il pretendente”, “Il frate”, “Il velo da
sposa”, pare di stare dentro un libro di fiabe. Di
giorno Gerainger, il piccolo paese all’inizio del
fiordo, è letteralmente invaso da orde di turisti che
partecipano a frenetici giri turistici organizzati. La
sera, però, dopo che le navi da crociera e gli
autobus sono partiti, la situazione torna alla
tranquillità. Un buon modo per ammirare da vicino
tutte le sue bellezze è quello di navigare al suo
interno; di questo approfitto prendendo un traghetto
che mi porterà sulla sponda opposta, diretto ad
Ǻlesund. Questa bellissima cittadina, adagiata su
tre isolette a forma di uncino, fu ricostruita in
stile Liberty nel 1904, in seguito ad un devastante
incendio. Camminando per le vie del centro storico,
con le sue case adorne di guglie, torrette, doccioni e
motivi floreali, si ha l’impressione di trovarsi nel
cuore della Mitteleuropa. Qui, come più tardi a
Kristiansund e a Trondheim, mi concedo qualche giorno
di sosta di cui approfitto per fare alcune riparazioni
alla bici, mangiare gamberetti nei porticcioli e fare
conoscenza con persone del luogo. Vengo così a sapere
da Hodrig, che mi ospita gentilmente a casa sua, che
Trondheim ha una delle università più prestigiose di
tutto il paese e che l’amministrazione, ogni anno,
destina buona parte del proprio bilancio in
investimenti a favore della scuola pubblica, sia
sottoforma di sussidi che con la creazione di
strutture per studenti. A questo proposito mi fa
visitare un animato centro dotato di ben due sale
cinematografiche, un pub, una radio, una sala teatro,
una sala concerti, un’aula magna e stanze per ospitare
i viaggiatori. Ciò che più mi colpisce è il senso di
fiducia e di rispetto dei norvegesi verso le
istituzioni, in un Paese dove chiunque lo desideri può
essere ricevuto in udienza privata dal sovrano. Nel
mio peregrinare lungo le strade di questa piacevole
cittadina mi imbatto anche in un ristorante gestito da
un nostro connazionale che, nelle dimensioni e
nell’aspetto, sembra la copia fedele di Pavarotti. “La
Norvegia, mi dice, è un posto dove succedono cose
particolari: uno va a farsi una gita in luogo sperduto
e vede avanzare in lontananza una figura…Dopo che si
avvicina scopre che è un amico o un conoscente, finito
lui pure lì non si sa bene perché, che non si vede da
molto tempo..”. Avrò modo di verificare di persona
questa cosa, alcuni giorni dopo quando a Namsos, lungo
la strada numero17, rincontrerò Adrian, un ragazzo
svizzero diretto pure lui a Capo Nord, conosciuto il
primo giorno quando ero ancora ad Oslo; seguendo due
itinerari diversi, dopo mille km ci siamo ritrovati,
tra mille feste e domande reciproche. Oltre a ciò, la
Kystriksveien, che collega Steinkjer a Bodø, si rivela
un vero paradiso per i cicloturisti e tutti i
viaggiatori che hanno molto tempo a disposizione. Con
Adrian ci godiamo i paesaggi incredibilmente belli che
appaiono dietro ogni curva e le strade libere dal
traffico automobilistico tutto canalizzato sulla
parallela E6 . I continui traghetti che si è costretti
a prendere per attraversare i vari fiordi in cui
finisce la strada, sono, infatti, quanto di meno
adatto ai frettolosi automobilisti che vogliono
raggiungere il lontano Capo Nord. Così metro dopo
metro, davanti alla ruota della bicicletta, si
dischiude l’essenza stessa della Norvegia:
attraversato il Circolo Polare Artico, lo stupefacente
fenomeno del sole di mezzanotte, appare con tutte le
sue magiche atmosfere. Da qui in avanti, per un mese
intero, avrò ventiquattro ore di luce nel cielo che mi
permetterà di pedalare fino a tarda sera. Non solo luce ma anche tanta acqua e raffiche di vento micidiali, mi rivelano un altro aspetto immanente alla natura del Grande Nord. Sono così costretto a stare fermo due giorni nei pressi dello Svartisen, il ghiacciaio più basso d’Europa con le sue lingue che lambiscono il livello del mare. Ne approfitto per leggere, raccogliere i pensieri e ascoltare i suoni della natura che ulula intorno a me. Sembra che il cielo debba cadere su se stesso talmente è intensa e senza fine la quantità di pioggia che viene riversata…Poi, come per incanto e con la stessa rapidità con cui se n’era andato, il sole torna a fare capolino tra le nuvole e la natura risplende nuovamente, più vitale che mai. Raccolgo in fretta le mie cose e, alle tre del mattino, sono nuovamente in strada diretto a Bodø, prefigurandomi con l’immaginazione il mare livido e vorticoso delle Lofoten, di cui ho tanto letto. Un’ assaggio di queste visioni me lo offre lo stretto di Saltstraumen, poco prima di entrare in città: dal ponte che sovrasta le acque del fiordo si vedono una serie di vortici impressionanti, dovuto al passaggio delle maree. Più tardi, gettando lo sguardo sul braccio di mare tra l’isola di Moskenes e l’isola di Væroi, scruterò
l’orizzonte in cerca del possente Mælstrøm,
rappresentato nelle prime mappe del luogo come un
mostro marino che inghiotte le navi. Di questo e dei
significati del celebre racconto di Edgar Allan Poe
che lo descrive, discuto con Adrian, mentre tentiamo
di scalare una montagna a picco sullo stretto. La
vista dalla cima è un vero assalto ai sensi: un
intreccio di isole e isolotti da cui spuntano guglie
di roccia affilate come denti di squalo, coperte da un
sottile velo verde e da piccole chiazze di neve. Sono
i residui delle tempeste invernali, quando la
temperatura rimane ostinatamente sotto lo zero e tutto
l’arcipelago si ammanta di bianco. La stessa stagione
in cui i pescatori delle Lofoten, tra gennaio ed
aprile, lasciano le casette variopinte ai piedi delle
montagne per uscire in mare a catturare i merluzzi,
che poi verranno appesi ad asciugare all’aria su
grandi rastrelliere di legno. Per avere un’idea di
come doveva essere la vita delle isole nei tempi
passati, visito il museo dello stoccafisso nel
villaggio di Å, dove un entusiastico e animoso
curatore mi spiegherà ogni cosa sulla pesca e
l’essiccazione del merluzzo, destinato, in gran parte,
a preparare le prelibatezze della cucina mediterranea.
Sentirò un po’ dei sapori di casa anche più avanti, a
Nusfjord, quando mi ritrovo ospite di Michele Sarno,
un artigiano italiano qui trasferitosi da una decina
di anni: tra un’ottima zuppa di pesce e un bicchiere
di vino scopriamo, con grande stupore, di essere
entrambi originari di un piccolo paese dell’Irpinia
(“Pavarotti” docet…). Nonostante il clima familiare, una serie continua di guasti alla bicicletta mi gettano in uno stato d’ansia e di frustrazione; fortunatamente a Stokmarknes trovo un abile meccanico che in un paio di giorni la rimette
a nuovo. Sono determinato ad arrivare a Capo Nord,
dovessi proseguire camminando sui denti; così il
giorno dopo pedalo filato fino ad Andenes, l’ultimo
paese delle isole Vesterålen, macinando 130 chilometri
contro un micidiale vento artico. Arrivo stremato in
questa cittadina che, con le sue installazioni
scientifiche e militari, sembra una base sui un
pianeta alieno. La mattina dopo cerco di avvistare le
balene dal ponte dell’ennesimo traghetto che, con un
mare in burrasca, mi riporterà sulla terraferma. Sono
ormai entrato nella regione del Troms og Finnmark.
Nei brulli altopiani dei parchi nazionali incontro
alcuni rappresentanti dei Sami, un popolo per certi
versi legato ancora ad un sistema di vita nomade,
regolato dal pascolo delle renne e dal ritmo delle
stagioni. Osservo con curiosità i loro vestiti
variopinti e i bellissimi oggetti artigianali che
vendono ai turisti: cappelli e maglioni colorati,
coltelli, posate, ciotole e giocattoli in legno, oltre
a numerosi manufatti ricavati dalla pelle di renna.
Vorrei saperne di più sulle loro credenze e sulla
loro spiritualità, ma è difficile raggiungere un
livello di comunicazione profonda in una lingua
diversa dalla propria. Mi guardo intorno e cerco di
cogliere questi elementi nella sottile energia e
nell’atmosfera artica ed eterea della luce che domina
le ripide scogliere di Capo Nord. Ecco cosa cercavo.
Ho fatto tanta strada per questo, per ascoltare e
osservare, crescere e provare emozioni… La natura
sublime del Grande Nord, mi ha ampiamente ripagato.Ad Honnisvag prendo l’Hurtigruten, il battello postale orgoglio della navigazione norvegese, diretto a Kirkenes, al confine russo. Qui regna un’atmosfera veramente particolare fatta di un crogiolo di lingue e culture, dove la tradizione slavo ortodossa si incontra con quella occidentale. L’intera zona circostante è tutta area militarizzata e bisogna fare attenzione ad avvicinarsi alla linea di confine che, assieme alla desolazione dei suoi brulli altipiani, ha un’aria alquanto inquietante. Fortunatamente il confine finlandese è altrettanto vicino e in un paio di giorni raggiungo le vaste distese di conifere punteggiate da mille laghi che caratterizzano il pianeggiante territorio di questo paese. Dopo le asprezze delle montagne norvegesi è una vera pacchia pedalare rilassati lungo le rettilinee strade che attraversano la regione del Finnmark. Le cittadine di Inari, ivalo, Rovaniemi, Oulu si susseguono velocemente, mentre non sono più da solo ma ho nuovamente un compagno di viaggio: si chiama Oliver ed è un ragazzo tedesco anche lui con la sua bicicletta in giro per l’Europa. Nasce subito una grande simpatia e decidiamo di proseguire insieme fino ad Helsinki. Passiamo il tempo in lunghe discussioni filosofiche
sulla vita, la storia, mentre ci godiamo i nostri
bivacchi improvvisati ai margini delle foreste e le
lunghe nuotate nei placidi laghi finlandesi. Sono due
settimane indimenticabili, di crescita e confronto con
una persona veramente speciale e di gran cuore, anche
se non sono mancati i momenti di attrito dovuti ai
nostri differenti temperamenti. Così a Helsinki ci
separiamo a malincuore: lui proseguirà per le
Repubbliche Baltiche, la Polonia, per fare ritorno in
Germania; io, invece, mi dirigo in direzione ovest con
l’intento di raggiungere Stoccolma in Svezia. Così da
Turku mi imbarco per l’isola di Aland, definita la
perla del Baltico; resto un po’ deluso da questo posto
che in realtà non presenta nulla di speciale a parte
l’efficientissima rete di piste ciclabili segnalate
che la attraversano. Con un altro traghetto raggiungo
invece Stoccolma che a parer mio merita sicuramente
l’aggettivo di capitale più bella del mondo. Mi fermo
un’intera settimana per visitare gli splendidi luoghi
che questa città custodisce. Ovunque ci sono piste
ciclabili e il traffico automobilistico è ridotto al
minimo e l’armonioso connubio di antico e moderno,
conferisce a questa capitale di unmilioneottocentomila
abitanti la dimensione di un grande paese.C’è ancora un posto che voglio vedere in questo mio viaggio: è l’isoal di Gotland, situata a sud di Stoccolma, un luogo importante per la presenza di numerosi monumenti storici risalenti per lo più al periodo medievale. Sono particolarmente fortunato perché all’inizio di agosto nella cittadina di Visby si svolge proprio un festival medievale con rappresentazioni teatrali, musicali e la presenza di numerosa gente in costume proveniente da ogni parte. Visito la minuscola isola di Faro dove ha la dimora il più grande regista cinematografico scandinavo, Ingmar Bergman. Mi reco in pellegrinaggio davanti alla sua casa, e mi accampo la sera nei pressi di un antico mulino. Sono un po stanco di stare in giro e mi sa che è tempo di tornare a casa. Dati tecnici
Partenza: 20 maggio 2002
DOMENICO DI LORENZO |
| Ermes Malvisi |