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IL WEST AMERICANO
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16 / 9 / 1998 - LA GALLERIA E LO ZION NATIONAL PARK

Per sfruttare le ore fresche, ci sacrifichiamo con una levataccia da giornalaio. Ore 5,30!foto Un vento gelido, soffia nel buio della notte, salutando il nostro risveglio. Sfoggiamo tutto il guardaroba invernale ed i piccoli fari.
Al buio, due piccole lucciole in balia degli elementi e palleggiate dal vento, s'inerpicano lungo la strada dello "Zion National Park".
La salita è costante avviluppata in tornanti dai panorami apocalittici. Montagne "rosso Sahara" spruzzate di pini "verde Val d'Aosta", sotto un cielo blu "cobalto". Che situazione poetica! Se non fosse per i fiumi di sudore ed il moccio al naso!

Il sole troppo zelante, comincia la sua ascesa quotidiana, fortunatamente mitigato dalla frescura montana e dalle innumerevoli bottiglie di liquidi vari, disseminate in ogni anfratto delle borse.
Giungiamo ad una galleria. Uno stretto e buio sfintere della roccia, protetto da un ranger come quello di Yogi, ma in versione femminile. Il grosso dito indice della "rangeressa" fa segno di diniego. Le bici non possono entrare nell'ano della montagna!
Attendiamo fiduciosi un passaggio!

Dopo circa mezz'ora, le bici giacciono come due giovani amanti, coricate sul fieno all'interno di una "roulotte per cavalli", trainata da una "country-car". Lorella ed Io sprofondiamo nel sedile posteriore di quest'ultima.
La visuale anteriore è limitata da un'enorme cappello, sorretto dal sottostante anziano "cowboy". Il cappellone, che conduce l'auto, è affiancato dalla signora "cow-woman", un'attempata prosciuttona dall'aria materna.
Passato il budello nella roccia, ringraziamo il cappello e la prosciutta. Proseguiamo.
Le montagne continuano in un susseguirsi di alti pascoli ed interminabili salite. Molti scoiattoli locali tentano il suicidio attraversando senza sosta la via. Alcuni Cip ed altrettanti Ciop, riescono nel folle intento, lastricando la strada di morbide ed esangui pizze pelose.

Giungiamo a Hatch, quaranta chilometri dall'entrata del Bryce Canyon e duemila metri d'altitudine. Troviamo posto in un campeggio con annesso ristorantino. Giunge il freddo, poi il buio ed infine l'umidità.
I 108 chilometri di montagna si sentono! Poco prima di addormentarmi odo un bisbiglio: le doloranti natiche e gli esausti quadricipiti si raccontano sommessamente gli eventi della triste giornata di lavoro!
Buonanotte.



17 / 9 / 1998 - I PINNACOLI DEL BRYCE CANYON

Partenza alle ore dieci e trenta - la scusa della tenda che deve asciugare fa sempre comodo! -.
fotoLa strada per il Bryce Canyon non è molta, circa quaranta chilometri, ma le salite ci accolgono immediatamente! Il paesaggio è...è...è... No! Non trovo l'aggettivo opportuno per descrivere cotanta magnificenza.

Dov'è lo sfigato Willy Coyote? E perchè non appare l'antipatico e lestissimo Beep Beep?! Devono pur esserci. Questo è il loro cartoon!
I saccenti, non mi vengano a raccontare dell'azione erosiva combinata del vento e delle acque. Tutto ciò, è senza dubbio scolpito dalla mano possente e fantasiosa di un geniale artista! Questa bolgia di pinnacoli, torri, guglie e siluri di pietra, non può essere vera. Se codesti monolitici falli di roccia lo fossero, non potrebbero comunque reggersi in piedi, in barba alle più elementari leggi della fisica.
Siamo nel "Red Canyon". Carminie montagne suppostiformi, sostengono da tempo immemore, enormi macigni dall'equilibrio precario. Rosse fantasie rocciose, con volti d'Apache. Cadaveri di fatiscenti castelli scolpiti in tuttotondo. Infuocati paesaggi dalla tridimensionalità quasi irreale, si susseguono per chilometri, sino a giungere al culmine.
Il Bryce Canyon! Un'apoteosi di ciclopici obelischi amarantini riempie il fondo di un anfiteatro naturale. Un'intricata pineta di rocce!
A piedi, scendiamo alla base del canyon ed il fondo della gola è ancora più stupefacente. Una stradina tortuosa serpeggia insinuandosi tra i pinnacoli, ed alcuni arditi pini cercano un poco di luce, gareggiando in altezza con le pareti della gola.

Giungiamo nel camping, catapultandoci immediatamente nel locale market, c'impossessiamo dei pochi oggetti dall'aspetto commestibile.
I campeggi dei parchi statunitensi, adottano strani regolamenti. Entri e cerchi una piazzola, se questa è di tuo gradimento, imbuchi dieci dollari in una casella.
Già fatto?! Si!
Se poi consideriamo che in ogni piazzola puoi montare sino a tre tende, per un massimo di otto persone, risulta un vero affare!
Barbecue e tavolone in legno con panche, completano l'arredamento di ogni spazio. Tutto perfetto!
Talmente bello, che dimentichi la scarsità d'acqua presente in queste zone. Non sempre trovi le docce! Ma durante il giorno, l'ombra è garantita e gli affabili scoiattoli scambiano volentieri quattro chiacchiere con i campeggiatori. Gli spazi sono immensi e le altre tende le cerchi col binocolo. Per recarsi ai servizi, la bici è gradita!

Oggi abbiamo percorso sessantasette chilometri.
Ceniamo al buio sotto un cielo aerografato di stelle, è fresco, ma a "duemilaquattrocento" metri non puoi pretendere!
I sacchi in piumino ultraleggeri svolgono egregiamente il loro compito: bella invenzione. Che sonno... Chiudo gli occhi e pedalo. Pedalo rincorrendo indiani e mandrie bisonti, circondato da giganteschi pettini rossofuoco. Willy Coyote mi sorpassa...mettendo diligentemente la freccia...e mi da la buonanotte...
Buonanotte Alice.



18 / 9 / 1998 - TROPPA STRADA VERSO BOULDER

Partiamo alle sette e trenta, oggi ci aspetta parecchia strada.
Durante quella bellissima discesa iniziale, avrei dovuto sentirlo lui, l'asfalto, sussurrare fotomalignamente sotto le ruote...
- Ve ne pentireteee… -
Io godevo, col vento tra i miei pochissimi capelli....
- Prima o poi finisceeeee -
E noi giù veloci col morale alle stelle.....
- Scendi...Scendi...-
Giù, sempre più giù, ascoltando l'ozioso riposo dei polpacci...
- Ora la pagateee -

E fu così!
La pagammo per tutto il resto della giornata. Un conto molto salato. Una salita interminabile, costante ma con alcuni tratti al quattordici per cento. Incontriamo e superiamo in breve tempo, gli unici paesi della zona: Tropic, Cannonville, Henriville, poi per i successivi cinquanta chilometri, solo montagne deserte.
Tre paesi questi, uguali a tutte le altre piccole cittadine del Sud-Ovest. Un'arteria principale, polverosa e larghissima ma poco trafficata con disseminate in modo totalmente casuale, baracche e casette di ogni tipo, pronte a volar via come aquiloni al primo colpo di vento.
Tutto sembra provvisorio ed improvvisato, depresso.

Negli immensi spazi tra le abitazioni, circolano o riposano veicoli d'ogni sorta.
Enormi pullman adibiti a quadrilocali ambulanti, con tanto di balconcini retrattili e fioriere rococò alle finestre, trainano (si, trainano!), berline o fuoristrada altrettanto ingombranti.
Per concludere questo folle convoglio, alcuni osano aggiungere un carrello con motoscafo, moto e diverse biciclette.
A condurre queste mostruosità lunghe diverse decine di metri, provvedono tranquille ed attempate coppiette di pensionati, in perenne movimento tra uno stato e l'altro.

Paragonando l'aspetto provvisorio dei beni immobili, con l'organizzazione, l'autosufficienza e la monumentalità dei veicoli, trapela lo scarso attaccamento ai luoghi ed alle radici dell'americano medio. l'idea della casa ordinata e confortevole, è totalmente soppiantata dal culto dell'automobile e della mobilità estrema.

Immancabili, in posizione strategica, i distributori di commestibile per autoveicoli.
Non importa quanti indigeni vivano nella località in questione, il benzinaio è ormai parte integrante del territorio.
fotoI giganteschi "Ipermercati del gasolio", i "Megastore del propellente", con pompe bifamigliari e giovani commesse alla lavanda, assistenza pneumatici e pedicure, coesistono con l'impolverata monopompa a mano del "vecchio benzinaio solitario".
Baracca in legno sulla road deserta e riarsa dal sole, lui, benzinaio da sempre, pelle scura ed incartapecorita, imperlata di sudore stantio, canottiera e jeans sdruciti odorosi di whisky, nafta e tabacco del sud (come vuole l'immaginario collettivo plasmato da banali spot di profumi, sigarette o scarpe da tennis).

Tutto sommato, i paesi, per quanto microscopici e monotematici, sono pur sempre qualcosa su cui poggiare lo sguardo!
La strada per Escalante, corre deserta tagliando un paesaggio montuoso, verniciato con varie tonalità di grigio e verde: il "Grand Staircase-Escalante National Monument".
Giunti al paesotto (nulla di dissimile da quelli precedentemente incontrati), ci rifocilliamo.
Sono le ore tredici ed il sole griglia per bene la cute e rosola la polvere che, incitata al vento, improvvisa balletti e sensuali piroette sull'asfalto.

Forza! Ripartiamo per "Boulder", meta della giornata. Altri cinquanta chilometri di passione, ci separano dal riposo serale!
Una bella discesa iniziale, ci porta in pochi attimi all'Escalante Canyon, da dove comincia la tediosa risalita verso il punto più elevato di tutto il viaggio.
Il fondo del canyon è una sbalorditiva gola di roccia rossissima, tagliata dalle cristalline acque dell'Escalante. Ci si arriva velocissimi in picchiata e lo si lascia cabrando, dopo aver attraversato un ponticello che interrompe improvvisamente la discesa.
Giungiamo a Boulder alle diciotto, dopo circa centocinquanta chilometri, afflitti da visioni mistiche e crampi psicofisici.
Due piccoli motel... Pieni. Nessun campeggio.
Girovaghiamo invano alla ricerca di un punto dove piazzare la tenda, cala il buio e la stanchezza esalta il freddo pungente.
Il morale è martoriato quanto i battistrada delle bici...
...Con due dollari, l'igloo prende forma nel prato accanto ad un piccolo ristorantino. Rilassamento. Cena.

Va bene, questa sera salteremo la doccia, ma la visione di quella semisfera argentata, pronta ad accogliere le nostre poltigliose membra, ci rincuora. Il morale è alto, come il chilometraggio della giornata.
Buonanotte.
Buonanotte Alice. ...CONTINUA.


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Ermes Malvisi