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IL WEST AMERICANO
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23 / 9 / 1999 - IL TERRITORIO NAVAJO

E' tutta la notte che piove, non uno di quei bei temporali allegri, veloci come una sveltina. La pioggia cade stanca, ansiosa di lasciare le nubi, ma senza fretta di toccare il suolo. Il cielo è grigio e non sembra intenzionato a cambiare d'abito.
Mentre attendiamo sotto la tenda che il tempo si decida, "Nonna camperista" ci porta sei uova, yogurt e pomodori. L'amo!

Alle ore nove partiamo, la strada è monotona, sale e scende in continuazione percorrendo un paesaggio insignificante ed intristito dal generale grigiore. Decine di chilometri fotomonotematici, dai colori desaturi...
Poi all'improvviso...un baratro e la luce.
L'altopiano ondulato sinora percorso ed il tetto di nuvole, terminano senza preavviso, come se l'orizzonte e la terra di fronte a noi fossero precipitati per cinquecento metri, formando un impossibile e solitario scalino di roccia.

Dall'alto del precipizio il panorama è maestoso, la sottostante valle deserta, percorsa dall'unica strada che conduce alla mitica Monument Valley, si allarga e svanisce all'orizzonte. Tutto è tinto di colori caldi e solari.
La strada diviene sterrata e ripida, con stretti tornanti si tuffa verso la "Valle degli Dei". Un nome, una garanzia! Piatto infinito deserto, irto di sporadici e giganteschi aculei di roccia. Corriamo veloci verso "Mexican Hat", paesino sito al lato opposto di questa enorme piazza naturale e porta d'ingresso al territorio Navajo.
Qui, un caffè sciacquoso, trasparente come tutti i caffè statunitensi, ci corrobora prima della lunga salita finale.

Pochissime case solitarie, distanti dalla strada e da tutto, si alternano a carogne d'autoveicoli. Il terreno circostante, è tempestato di piccoli souvenir del consumismo sporcaccione: bottiglie, lattine, tappi policromi, spuntano come fiori dai magri pascoli.
Arriviamo nei pressi della Monument Valley sistemandoci in un campeggio posto su una collina.

Dopo la frugale cenetta "fai-da-te", riusciamo a farci un'orrorifico caffè nel piccolo store del camping, poco prima della chiusura, che avviene, come in tutti i grill, ristoranti e snack, molto presto. Dopo le ore venti si rischia di non mangiare. Alle ventuno si è tacciati di follia!
Dopo centodieci chilometri, andiamo a nanna, in una calda serata.
Buonanotte.



24 / 9 / 1998 - MONUMENT VALLEY: ENTRANDO NEL MITO

Oggi, giornata di riposo, sveglia alle otto, tranquilla colazione e visita, a bici scariche, alla Monument Valley.
Questo luogo, reso famoso da due generazioni di "film di cowboys", rappresenta per fotol'immaginario collettivo, il marchio di fabbrica del West leggendario, e proprio per questo, forse, delude.
Ti aspetti il mito, e trovi in realtà gli stessi ambienti già ammirati in altri luoghi, con il sovrappeso di tutte le pecche ed i problemi, delle località turisticamente famose. Non che le emozioni offerte siano banali, ma in confronto ad altre, assaporate nel viaggio, sembrano preconfezionate.

Un percorso circolare in terra battuta e sabbioso, permette di osservare da vicino i gioielli naturali, si passa accanto ad incredibili torri e giganteschi parallelepipedi sprofondati in piedistalli di sabbia. Tutto immancabilmente rosso!
La pista, è tutto sommato discretamente percorribile, solo alcuni tratti molto sabbiosi, fanno rimpiangere le coperture "off road" La temperatura è torrida, la sabbia rossa e borotalcosamente impalpabile, si appiccica al sudore, tramutandoci ben presto in due cicloaragoste.

Al "dinner" del camping, ceniamo a base di "Navajo Taco", sorta di frittelle sepolte da una discarica di fagioli, chili, formaggio e cipolla. Un vero inno al bruciore di stomaco!

Gli altri clienti, sono tutti di razza indiana, obesi, molli, come qualsiasi americano medio. Si, perché negli USA, la vera uguaglianza tra culture, popoli e religioni, è più una questione "fisica" che sociale o morale.

Neri, bianchi, ispanici, orientali, indiani: differenti etnie, ma tutte simili ed unite sotto il vessillo della ciccia, accomunate dallo sproposito lipidico e dal grasso fraterno. In fondo, che senso hanno le discordanze religiose o le questioni razziali in una popolazione Hamburger-dipendente? Questi sono i migliori presupposti per l'effettiva integrazione in una reale società multietnica!
Così, intere famiglie moderne e multicolori ridotte allo stato pachidermico, sfoggiano con invidiabile noncuranza, trippe allucinanti e fantapanze irreali!
Bimbi che, come budini, traballano shakerando scatoloni di pop-corn. Padri unti che si sciolgono ininterrottamente al sole. Mamme con bigodini di cotica che traboccano dai sandali...
Oh grassa America! Buonanotte.
Buonanotte Alice



25 / 9 / 1998 - KAYENTA ED IL MARSH PASS

Alle otto e trenta, i pedali roteano già di buona lena e, senza molta fatica, giungiamo a Kayenta, la prima vera cittadina incontrata dopo Las Vegas.
Squalliduccia e senza storia come gli altri centri abitati, solo un poco più estesa.
Sosta per un consommé decaffeinato e proseguiamo sino al Marsh Pass, dove ci fermiamo per la notte.

I chilometri percorsi, sono solo sessanta, ma la tappa è forzata, poiché al prossimo paese ne mancano altri centoventi. Abbiamo già avuto modo di constatare che, all'interno della riserva indiana, i prezzi dei motel, sono più elevati e la qualità inferiore. Questo non fa eccezione, ottantacinque dollari per una stanzetta claustrofobica!
Guardando attraverso la finestra, scorgo la follia del vento pomeridiano. Ora, mi sembrano ben spesi!
Buonanotte.



26 / 9 / 1998 - GELANDO A TUBA CITY

Dopo la veloce colazione al motel, ci dirigiamo verso il vicino passo e, superatolo, fotoiniziamo una velocissima pedalata a medie molto elevate. Il vento, a riposo, ci lascia percorrere indisturbati il bellissimo e verde altopiano.
Sostiamo a Tomalea: due case ed un "Trading Post" vecchio e caratteristico. Acquistiamo qualche bene di conforto, sorseggiando voluttuosamente e con cupidigia, una tinozza di risciacquo al caffè.

Ripartiamo per Tuba City ed il vento si desta. La strada è larga e piuttosto trafficata, abbastanza noiosa. Sosta "on the road" per festeggiare, con Gatorade e noccioline, i mille chilometri percorsi.

Ormai conosciamo le cittadine, così TubaCity non ci deprime più di tanto. Distributori e Mac Donald's sovrastano in numero le abitazioni, impersonali e senza storia. Tutto sembra nato ieri e già in fase terminale. Raffermo!

Troviamo posto nell'ala di una scuola adibita a motel. L'aspetto è "statale" ma la stanza discreta, se non fosse per il vento polare che soffia dai bocchettoni del condizionatore centralizzato.
Frastuono da Jumbo in fase di decollo ed è impossibile spegnere o regolare questa follia. Optiamo per la canicola esterna. Un tour da perdigiorno tra i larghi vialoni della cittadina, consumando ipergelati e maxifrappè, satura la nostra quindicesima giornata di viaggio.



27 / 9 / 1998 - LA SALITA AL GRAND CANYON

E' con estrema fatica, che alle sei e trenta del mattino, riusciamo a scollegare le palpebre dalla loro abituale sede notturna.
Dopo un'ora circa, siamo già in viaggio inseguendo il Grand Canyon.
Sino a Cameron la strada è senza storia, molto scorrevole, pianeggiante e, come al solito, immersa in un territorio a bassissima densità di popolazione.

Tutto ciò che ha più di cinquanta, sessant'anni e si trova sul suolo statunitense, si assurge eufemisticamente il rango di "antichità" o "monumento storico" ed è venerato da orde di turisti locali.
Così, puoi trovare un'antica scuola di otto metri per otto, munita di banchi e lavagna, assediata da grassi greggi in ciabatte, reflex e bermuda, attoniti da tale meraviglia. fotoOppure ai piedi di una collina, una casetta in cui, una famiglia di emeriti sconosciuti ha vissuto sino all'anno della mia nascita!
Se la storia è troppo corta e dispone di esigue testimonianze, ci si arrangia!

Anche Cameron, un "antico" trading post datato 1910, rientra in questa regola. E' un luogo talmente turistico, che vale una sosta solo se realmente stanchi, assetati o per le discrete paste alla crema!
Tutto il resto è una caotica esposizione di paccottiglia e souvenir di bassa lega: le solite bamboline taiwanesi vestite da cow-girl, autentico abbigliamento della tradizione hopi tessuto in nylon, scorpioni gialli passati a miglior vita grazie a fusioni di plastica trasparente, veri serpenti a sonagli in finta gomma...
...Insomma, se siete di bocca buona c'è da perderci parecchio tempo e molti soldi (dimenticavo, i vasi di produzione artigianal-in-serie, sono carini ma li trovate in qualunque altro luogo della riseva).

Iniziamo un'estenuante salita verso il Grand Canyon. Lungo la strada si trovano molti punti panoramici, con grandiose e dilatate visioni sul Little Colorado River, le bancarelle di artigianato locale sono una presenza costante e vale la pena fermarsi. I commercianti Hopi, non sono mai invadenti, puoi guardare con tranquillità senza sentirti obbligato all'acquisto.
Non so come, ma spingendo, assestando ed imprecando, alcuni vasi sono riusciti a colonizzare le nostre borse già troppo obese.

La salita, si fa sempre più ardua ed in alcuni momenti siamo presi dallo sconforto. Crampi, calo di zuccheri, crisi di fame... Si, forse l'alimentazione quotidiana adottata sinora, non è delle più indicate alla performance!

Sdraiati a terra, distrutti, distanti pochi chilometri dalla meta, con le gambe ridotte allo stato vegetativo. Gesto folle... estraggo dalla borsa trenta centimetri di rigida salsiccia affumicata e tento di trapassarmi il costato per giungere al cuore...
...Mi desto dalla pennichella, estraggo dalla borsa la salsiccia affumicata, è indigesta e dura come l'acciaio, però riempie lo stomaco.

A metà pomeriggio e dopo novantacinque chilometri, giungiamo al camping del Desert View, posto sul lato sud del Grand Canyon a circa duemiladuecento metri di quota.
La serata è molto fredda, ma grazie al calore del barbecue, utilizzato per una grigliata di würstel e bacon, riusciamo a rilassarci un poco prima di coricarci. ...CONTINUA.


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Ermes Malvisi